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Scuole di periferia tra percorsi di integrazione, pochi fondi e strutture fatiscenti....

Il giorno stesso in cui ho sentito una mamma di Monte Baldo, che mi informava dell’accaduto, ho telefonato al mio collega Marco Cormio, che si occupa di manutenzione degli edifici scolastici per avere maggiori notizie. Non ne sapeva nulla neanche lui. Si è informato e mi ha comunicato che gli uffici avevano indicato in circa tre mesi la durata dei lavori e quindi si ipotizzava il rientro a scuola per dicembre, più realisticamente gennaio. Di questo ho avvisato la mamma il giorno successivo. Repubblica si è interessata all’argomento e ha deciso di non affrontarlo come ha scelto il Corriere, dando un breve spazio ad alcune notizie soprattutto tecniche, ha deciso di darne una lettura completamente diversa.

Ho parlato con il giornalista e, dal ragionamento che ho fatto con lui al telefono, ha estratto due frasi corrette, ma forzatamente avulse dal contesto in cui erano inserite.

Ci tengo quindi a sottolineare che mi opporrò contro chiunque abbia intenzione di non riaprire le classi di via Monte Baldo al termine dei lavori e comunque penso che nessuno abbia in mente un’ipotesi simile.
La scuola di via Paravia è ciò che io non avrei mai voluto per Milano: una scuola ponte. Una scuola in cui la percentuale di bambini stranieri è altissima e nella quale due bambini italiani iscritti per l’anno scolastico in corso si sono ritirati. Una scuola in cui si fanno molte attività interessanti e utili, con una classe insegnante che ha dimostrato di riuscire a mantenere alta la qualità del proprio intervento nonostante le difficoltà oggettive in cui operava. Una scuola ricca di proposte anche per i genitori e le famiglie. Una scuola che offre ai bambini e alle famiglie uno spaccato della città del tutto irreale. Una scuola che è diventata così, sicuramente per l’abolizione dei bacini d’utenza, ma, ancor di più, perché non si è fatto nulla per evitare che il quartiere su cui insiste diventasse nel tempo un ghetto. Un mondo a parte rispetto alla città.
Durante questi tre mesi di lavori nella sede di Monte Baldo, che seguiremo anche noi con attenzione, si possono tenere due atteggiamenti: segnare ancora forti differenze e lontananze, fare entrare i bambini da due entrate separate, non creare momenti di gioco assieme, non progettare momenti laboratoriali tra le classi, non immaginare momenti di incontro tra i genitori. Oppure sì può percorrere una seconda strada, sforzarsi di trarre benefici e quindi percorsi educativi, anche da situazioni d’emergenza come questa. Così in parte si farà, ma è importante che l’Amministrazione venga incontro alla direzione e al collegio docenti e destini fondi e risorse, trovi soluzioni che aiutino la scuola.

E questo ho pieno diritto di chiederlo. E non vuol dire che i genitori e gli insegnanti di via Monte Baldo non abbiano sensibilità alte su questo tema e non abbiano un’attenzione particolare a percorsi di integrazione. Non mi permetterei mai di asserirlo. L’articolo di Repubblica offre chiaramente contenuti che possono essere letti in questa direzione. Ma una cosa è l’articolo, un’altra le mie due frasi e il ragionamento che le contiene e che spero di avere spiegato bene.
Quando, a gennaio, i vostri bambini rientreranno in Monte Baldo la scuola di via Paravia tornerà ad essere la scuola che era prima della pausa estiva. Una scuola che, se non riuscisse a invertire la tendenza di questi anni penso che si dovrà chiudere. Perché sono convinto che qualsiasi tipo di integrazione pensata in quel luogo, non potrà essere efficace come quella che passa dalla convivenza. Dallo stare insieme in un luogo così importante per la città del domani com’è la scuola pubblica.

Mi piacerebbe avere la possibilità di avviare, con chi lo desiderasse, un confronto diretto sull’argomento, proverò a creare un’occasione.

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