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31 agosto 2019

L’evasione è la prima emergenza criminale di questo Paese. Cassette di sicurezza in Svizzera, affari in Italia e profitti all'estero, big data e web tax

“L’evasione è la prima emergenza criminale di questo Paese”, lo ha ricordato Francesco Greco, per anni a capo del pool di Milano sui reati tributari ora Procuratore Capo alla festa de Il Fatto alla Versiliana, “perché ogni anno l’Italia ha un tax gap (la differenza tra le imposte da incassare e quelle realmente incassate) che oscilla tra i 110 e i 140 miliardi, ovvero quattro o cinque Finanziarie. Per questo la politica dovrebbe dare un segnale forte sulla lotta all'evasione fiscale. In Svizzera ci sono 200 miliardi di euro nelle cassette di sicurezza che si possono recuperare. Tutti italiani evasori”.
Greco ha anche criticato alcuni suoi colleghi che “per un problema culturale” ritengono i reati di evasione fiscale meno “dignitosi” di altri e così “molto spesso lasciano i fascicoli nei cassetti e poi questi inevitabilmente cadono in prescrizione”
“Nelle banche dati – dice Greco – ormai abbiamo tutti i conti correnti degli italiani, anche quelli esteri in oltre 100 Paesi, inclusi i paradisi fiscali. E i nostri investigatori sono fra i migliori al mondo. Mancano le norme per consentire loro di andare fino in fondo”.
Greco mette nel mirino le grandi aziende della moda e dei big data: “Esiste un problema giuridico enorme rispetto a queste grandi imprese che fanno profitti in Italia ma pagano le tasse all’estero – ha continuato il procuratore di Milano, quando apriamo le verifiche fiscali e il procedimento penale nei loro confronti, gli avvocati si presentano e pagano tutto e subito”.
Da ricordare che nell'accordo programmatico per il nuovo governo, consegnato l'altra sera al premier incaricato Giuseppe Conte torna sulla web tax, subito bocciata nel 2013 è presente nelle due ultime leggi di bilancio, ma non è mai decollata per mancanza dei decreti attuativi.
La struttura della digital tax attualmente e solo virtualmente in vigore, ricorda Il Sole 24 Ore, è molto simile al modello francese si applica in percentuale sui ricavi. Le soglie per l'accesso sono un fatturato globale di almeno 750 milioni di euro, di cui almeno 5,5 realizzati sul territorio italiano per «prestazione di servizi digitali».
Attualmente in Europa una tassa simile è presente in Francia, Spagna, Germania (idem) e Gran Bretagna (2% sui ricavi).
La normativa francese riguarda i cosiddetti "Gafa" (Google, Amazon, Facebook e Apple) ma di fatto colpisce una trentina di giganti internet del mondo (tra cui Alibaba, Airbnb, Booking, Zalando, Ebay, Twitter, Axel Springer) ed è attesa a un gettito di 400 milioni per il 2019 e 650 milioni nel 2020.

30 agosto 2019

Mercato (illegale) delle droghe in Italia. Alcune riflessioni partendo dalla relazione annuale della Procura nazionale antimafia del luglio 2019

1. Valore del mercato illegale e delle droghe
Secondo la Procura Nazionale Antimafia, coordinata da Federico Cafiero de Raho, il mercato della droga in Italia vale attualmente 30 miliardi di euro. Una cifra che non si ritrova in altre pubblicazioni.
Il Dipartimento delle politiche antidroga nella relazione annuale presentata a ottobre 2018 sui dati 2017, stima il valore economico del consumo di sostanze psicoattive in 14,4 miliardi di euro, in aumento di oltre un punto percentuale rispetto all'anno precedente. Il 40% attribuibile alla spesa per il solo consumo di cocaina.
Le attività economiche connesse al mercato delle droghe, ed è questo un aspetto molto interessante, rappresenterebbero il 75% di tutte le attività illegali. 
Secondo l'ISTAT, invece, l'economia illegale ammonterebbe a 19 miliardi. Valore inferiore a quello calcolato dal Dipartimento antidroga perché non prevede, per le regole Eurostat, i proventi da estorsioni, usura, trafffico d'ami e contraffazione ed è inferiore anche a quello calcolato da Transcrime del 2013 che era pari a 25 miliardi. Allora Transcrime, a differenza di quanto scritto dal Dipartimento delle politiche antidroga, valutava gli introiti relativi al traffico di droghe pari al 30% dell'intero fatturato dell'illegale.

2. Mafie nostrane e traffico di droghe
Per ciò che riguarda la Cocaina la ‘ndrangheta è ritenuta uno dei principali player europei, ha consolidato le proprie basi logistiche ed operative in numerosi paesi europei e sud americani ed è in grado di gestire in proprio tutte le fasi della filiera di traffico, grazie al credito vantato presso i principali cartelli nei paesi di produzione.
Cosa Nostra non ha documentate relazioni strutturali con organizzazioni sud americane né nella cosiddetta rotta degli oppiacei, non ha ancora recuperato una sua autonomia nel settore del narcotraffico.
La Camorra ha consolidato le affiliazioni in Spagna per l'importazione di hashish ed ha anche qualificati contatti nel sud America per l'importazione di Cocaina.
Con riferimento alla criminalità organizzata pugliese si registra un rinnovato interesse per il traffico di sostanze stupefacenti il cui flusso è alimentato prevalentemente dalle produzioni albanesi di marijuana sull'altra sponda dell’Adriatico. La criminalità pugliese collabora per la cannabis e l'eroina con la mafia albanese. Mentre per la cocaina collabora con la 'ndrangheta.

3. Mafie straniere e traffico di droghe
Tra le diverse mafie straniere le più attive sono certamente quelle di matrice balcanica con un ruolo di preminenza dei sodalizi kosovaro-albanesi, in grado di rifornire di qualsiasi tipo di droga. In particolare dalle mafie kosovaro-albanesi continua ad essere prevalentemente controllato il mercato dell’eroina. Anche il traffico di marijuana, si conferma di appannaggio quasi esclusivo
delle consorterie albanesi.
Particolarmente attive risultano le organizzazioni di matrice nigeriana, mentre emergenti sono i gruppi criminali di matrice dominicana presenti in Europa con una fitta quanto dinamica rete di broker.

4. Sequestri
Il Dipartimento della Pubblica Sicurezza Direzione Centrale per i Servizi Antidroga ci racconta dei sequestri. Nel 2018 sono 3.626 i kg di cocaina sequestrati. In leggero calo rispetto al 2017, in netto calo rispetto al 2013 (- 1.350 kg). L'eroina, 975 kg cresce del 50% rispetto al 2017 ed anche, meno, rispetto al 2013. Hashish e marijuana raggiungono i 120 mila kg all'anno. Un'enormità. Praticamente raddoppiata rispetto al 2016. Rispetto al 2015 più 40 mila kg). Raddoppiano le piante di cannabis sequestrate rispetto al 2017. I sequestri di droghe sintetiche sono stati pari a 27 mila compresse. In costante aumento dal 2016. Di poco superiori ai valori dei sequestri del 2015 (26 mila compresse). Quasi 4 volte quelli del 2013 (7500 compresse).

5. Oppioidi sintetici
Negli ultimi anni lo scenario nazionale ed internazionale in materia di stupefacenti ha subito mutamenti radicali; da una parte infatti si assiste ad una stabilizzazione o addirittura ad una diminuzione dei consumi di alcune droghe tradizionali come la cocaina, la cannabis e l’eroina che si erano diffuse nell’ultimo decennio e, dall’altra, si rileva l’ingresso sul mercato di un numero sempre crescente di sostanze psicoattive ovvero di precursori di nuove droghe. Tramaldolo oppioide sintetico come il Fentanyl diventato tristemente famoso in questi giorni per la morte dello chef Andrea Zamperoni e per la causa vinta in Oklahoma intentata contro la casa produttrice del farmaco, la Johnson & Johnson.
L’Oklahoma è uno degli stati più colpiti dalla crisi degli oppioidi. I numeri non lasciano adito a dubbi. Fra il 2015 e il 2018 sono state prescritte 18 milioni di ricette per oppioidi, una cifra elevata considerato che la popolazione è solo di 3,9 milioni di persone. Dal 2000 circa 6.000 residenti sono morti per overdose di oppioidi.
Sono 37 milioni e cinquecentomila pasticche di tramadolo transitate, secondo la PNA, presso il porto di Genova. Nel porto di Gioia Tauro il 23 ottobre 2017, la Guardia di Finanza in collaborazione con la DEA americana ha sequestrato ben 24 milioni e 650 mila compresse di Tramadol 225, per un valore di mercato di circa 49 milioni e 300 mila euro.

31 luglio 2019

Il patto, la burocrazia e gli effetti contraddittori nella lotta alla mafia

La firma del Patto per il rafforzamento della prevenzione ai fini antimafia tra la Prefettura di Milano e il Comune di Milano, siglato lo scorso 2 di aprile, potrebbe avere il paradossale effetto di azzerare le richieste di informativa antimafia per gli esercizi pubblici a Milano.
Erano state 14 in un anno nell'intera città metropolitana. Da allora nessun'altra interdittiva emessa.
L'ultima è stata quella che hanno ricevuto i gestori della gioielleria di via Cavallotti, a metà marzo 2019. Tra l'altro oggetto anche di una misura di prevenzione da Palermo (foto sopra).
Tutto nasce dall'esigenza, così come viene evidenziata dall'articolo 7 del Patto, di aggiornare la modulistica per l’avvio e per il subentro nelle attività commerciali, "affinché nella stessa sia richiesto alle imprese di fornire tutte le informazioni, le dichiarazioni, le attestazioni, i documenti necessari per poter trasmettere la eventuale richiesta di informazione antimafia...".
Le mie forti perplessità, proprio in relazione a questo articolo, le avevo già inviate a inizio febbraio via mail e successivamente comunicate in aula e durante una commissione consiliare.
Le informative richieste dalla PA utilizzano la piattaforma Siceant. La richiesta deve essere corredata dal nome dei conviventi di chi ne è oggetto. Fermo restando che la pubblica amministrazione sa bene chi siano i conviventi dei titolari degli esercizi pubblici, il paradosso è che se questi non vengono indicati, nell'allegato alla presentazione della SCIA, nessuna richiesta di interdittiva potrà essere inviata. 
Non è finita, però. La compilazione del modulo è facoltativa: "Sarebbe illegittimo qualunque nostro provvedimento teso a condizionare la validità di una Scia commerciale alla mancata presentazione di documenti o dichiarazioni non espressamente richiesti dalla normativa nazionale o regionale".
Quindi, nonostante il Comune possa sapere chi siano i conviventi di chiunque, attraverso l'anagrafe, se il mafioso decide di non indicarli sul modulo, non solo evita il penale per falsa dichiarazione (nel caso gli fosse venuto in mente di mentire), ma la SCIA prosegue uguale il suo iter. 
Potevo non dirlo pubblicamente così anche i mafiosi lo avrebbero compilato? Sì. Ma chi mi garantiva invece che non sarebbe accaduto il contrario? E cioè che si diffondesse la voce che il modulo fosse facoltativo solamente in quel mondo?
Preferisco lo sappiano tutti piuttosto che lo sappiano solo alcuni.
Secondo elemento, forse più grave del precedente: chi ha presentato scia prima che l'apposito modulo venisse messo online (il 15 luglio u.s.) non potrà mai più essere oggetto dalla richiesta di informativa Antimafia.
Qui la burocrazia si avvita su sé stessa in maniera preoccupante: "Nel caso in cui la dichiarazione non venga allegata alla Scia non è possibile richiedere l’informativa alla Prefettura, in quanto la richiesta dell’informativa consiste proprio nell'inserimento dei dati dei familiari conviventi nell'apposita sezione del portale Siceant. Per le Scia precedenti all'integrazione della modulistica, non disponendo delle informazioni necessarie (dati dei familiari conviventi) non ci è possibile chiedere l’informativa alla Prefettura".
Proprio questo aspetto era stato oggetto delle mie proteste e preoccupazioni.
Spero nelle prossime settimane si trovi una soluzione, perché una sentenza del Consiglio di Stato, che ha legittimato la richiesta delle Pubbliche Amministrazione dell'informativa antimafia per gli esercizi pubblici*,  non può essere disattesa dalla modulistica carente. E un protocollo deve andare oltre la legge non può limitarla.
Quindi nessuno spartiacque tra un prima di intoccabili e un dopo.
Nessuna modulistica può bloccare la richiesta di informativa. La Regione dovrà modificare la legge, mentre per i conviventi li troviamo noi e li inseriamo autonomamente nella piattaforma. Chi, invece, magari nel frattempo, decide di non compilare il modulo: controlli doppi, si avvii anche una segnalazione di operazione sospetta ai fini antiriciclaggio.

Articolo comparso su Il Fatto quotidiano.


* Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza) Pubblicato il 09/02/2017 N. 00565/2017REG.PROV.COLL. N. 07324/2016 REG.RIC. registro generale 7324 del 2016, proposto dalla Provincia di La Spezia
Comune di Vezzano Ligure relativo allo scarico di acque reflue industriali
La tendenza del legislatore muove, in questa materia, verso il superamento della rigida bipartizione tra comunicazioni antimafia, applicabili alle autorizzazioni, e informazioni antimafia, applicabili ad appalti, concessioni, contributi ed elargizioni. 6.3. Questo tradizionale riparto dei rispettivi ambiti di applicazione, tipico della legislazione anteriore al nuovo codice delle leggi antimafia (d. lgs. n. 159 del 2011), si è rilevato inadeguato ed è entrato in crisi a fronte della sempre più frequente constatazione empirica che la mafia tende ad infiltrarsi, capillarmente, in tutte le attività economiche, anche quelle soggetto a regime autorizzatorio (o a s.c.i.a.), e che un’efficace risposta da parte dello Stato alla pervasività di tale fenomeno criminale rimane lacunosa, e finanche illusoria nello stesso settore dei contratti pubblici, delle concessioni e delle sovvenzioni, se la prevenzione del fenomeno mafioso non si estende al controllo e all'eventuale interdizione di ambiti economici nei quali, più frequentemente, la mafia si fa, direttamente o indirettamente, imprenditrice ed espleta la propria attività economica