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2 settembre 2020

Se non c'è intimidazione non c'è mafia. Non c'è mafia senza rapporto con la politica

“La Lombardia rappresenta uno tra i principali snodi del vecchio continente per i maggiori traffici illeciti transnazionali”, si legge nella relazione della DIA del secondo semestre 2019, all'inizio del capitolo dedicato alla nostra regione. “I reati di tipo corruttivo ed economico - continua l’analisi - sono ormai divenuti strumento essenziale dei sistemi delinquenziali più evoluti”. 
Mi sento di non condividere l’aggettivo evoluti. O meglio. Se evoluzione vuol dire adattamento allora sono d’accordo. Se evoluzione vuol dire maggiore efficacia criminale. No. Non sono d’accordo.
Partiamo dal termine corruzione. Non è una novità. La mafia ha sempre corrotto, anche senza bisogno di pagare mazzette. Ha corrotto le coscienze di milioni di uomini cui ha promesso protezione, un lavoro, una casa, la mediazione su questioni di vicinato, l'elezione in un consiglio regionale o comunale.
Ma non solo. Non è neppure una novità il fatto che la mafia abbia sempre compiuto reati di tipo economico. Lo stesso 416 bis, eternamente giovane nonostante i suoi 38 anni, indica che uno degli obiettivi dell'associazione mafiosa sia quello di acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici ecc.
Anche la terza riflessione che troviamo nella relazione vuole dare una nuova lettura al fenomeno mafioso ma rappresenta un'immagine ormai consolidata. La DIA scrive: “la forza della mafia attualmente si manifesta perlopiù attraverso un comportamento, un metodo, quello mafioso, che si avvale della complicità di figure inserite in ambiti economici ed amministrativi, in una complessa zona d’ombra in cui si configurano nuovi modelli associativi imperniati su una fitta convergenza di interessi”.
Ne consegue che faccio davvero fatica a sottoscrivere un’altra affermazione contenuta nella relazione: “con l’affacciarsi di nuove classi criminali sono profondamente mutati i caratteri topici del mafioso, rispetto ai modelli radicati nell'immaginario collettivo, risultando sfumata la forza intimidatrice quale elemento costitutivo del reato di associazione di tipo mafioso".
Io sono convinto che come il 416 bis recita: le mafie non sono mafie se non intimidiscono. E se le organizzazioni criminali non intimidiscono più vuol dire che sono in forte difficoltà. Non che si sono evolute. O meglio. Non significa che abbiano maggiore efficacia criminale.

Se non intimidiscono, forse dobbiamo darci anche dei meriti. Hanno paura. Di noi e/o di qualcun altro.
Mi chiedo: com'è possibile che l'intimidazione non sia più necessaria? L'intimidazione non si manifesta solamente contro le proprie vittime innocenti, ma anche contro i propri concorrenti nell'illegale.
Partiamo da tre elementi che darei per certi. Comunque difficili da confutare. Lo spaccio di sostanze stupefacenti non ha avuto flessioni in Lombardia negli ultimi anni. Anzi il mercato si è arricchito di nuove sostanze. Il traffico e lo spaccio di sostanza stupefacenti si confermano il principale canale di arricchimento delle associazioni criminali. Senza la violenza o la minaccia della violenza, da cui si genera la forza intimidatrice, non si può prevalere nel mercato della droga. Questo è certo. Imporsi nei mercati dello stupefacente non è semplice. Bisogna sapere uccidere se qualcuno ti pesta i piedi.

Forse, quindi, è proprio il mercato della droga che sta cambiando in Lombardia. Forse ci dobbiamo rendere conto che alcune organizzazioni criminali, in particolare Cosa Nostra, ma anche la Camorra, non riescono più a entrare nel mercato illegale più ricco della Lombardia e allora si riciclano in altre attività. Reati tributari. Oppure contraffazione. Questo non vuol dire evolversi, ma adattarsi. Prova di questo si trova nella relazione annuale del DCSA (Direzione Centrale Servizi Antidroga) pubblicata a inizio luglio 2020 (vedi sotto sunto schematico analisi *). 
In quella relazione emergono alcuni elementi: il narcotraffico è ancora «il principale motore di tutte le attività illecite svolte dai grandi sodalizi criminali»; la diffusione della cocaina rappresenta un fenomeno in netta e vertiginosa crescita e sempre di più il principale business dei maggiori sodalizi criminali nazionali e internazionali; per la cocaina la ‘ndrangheta, si conferma tra i principali broker mondiali, in Italia abbiamo anche la camorra (nella regione di appartenenza) e le organizzazioni balcaniche e sudamericane; sempre crescente è il coinvolgimento di consorterie albanesi anche nel traffico dello stupefacente, in particolare cocaina, giunto nei porti olandesi e belgi, utilizzati dalle organizzazioni criminali per l’introduzione e la successiva distribuzione in tutto il continente; per l’eroina sono la criminalità campana e pugliese in stretto contatto con le organizzazioni albanesi e balcaniche le più strutturate; per derivati della cannabis, la criminalità laziale, pugliese e siciliana, insieme a gruppi maghrebini, spagnoli ed albanesi. Cosa Nostra come avrete notato perde pezzi. Tanto che la criminalità Nigeriana si diffonde anche a Palermo.
Al Nord poi (vedi sotto) si ribaltano i rapporti e gli arrestati per spaccio o traffico sono soprattutto stranieri. Nel traffico (reato associativo) gli stranieri arrestati in Italia sono meno di un quarto. Per spaccio, sono più di un terzo. Non ho trovato il dato per regione.

Io quindi parto da un assunto: non c’è mafia se non c’è intimidazione.

Ma c’è un altro aspetto peculiare di un’organizzazione criminale di tipo mafioso: può non avere rapporti con la politica? Può non sentirsi in dovere, per essere presente e radicata in un territorio, di aiutare questo o quel candidato e di compiere un altro reato, il 416 ter?
Secondo me no. E' presente nel suo DNA. La mafia ambisce ad essere un quarto potere, o comunque il vero potere. C’è il parroco, c’è il comandante della stazione dei Carabinieri, c’è il sindaco e c’è il boss. Avere il sindaco in mano, oppure un assessore oppure anche un consigliere ti dà la possibilità di svolgere un altro “dovere deontologico” del mafioso: “commettere delitti, acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali”. Così ancora recita il 416 bis.

Quindi: Non c’è mafia senza intimidazione. Non c’è mafia senza rapporto con la politica.

Quindi, se le organizzazioni criminali tradizionali fanno fatica a contrastare nel traffico di droga le cosiddette mafie straniere, albanesi e nigeriani in particolare, per contro, queste due organizzazioni criminali, per il momento e per molti anni ancora, faranno fatica ad avere collegamenti con la politica.

 

*

1. Il narcotraffco è ancora «il principale motore di tutte le attività illecite svolte dai grandi sodalizi criminali», nella consapevolezza che i suoi utili non solo sono di gran lunga i più rilevanti fra quelli generati da qualsiasi altra attività umana, sia lecita che illecita, ma rappresentano anche il più agevole sistema di auto-fnanziamento per consentire lo svolgimento di ulteriori attività criminali.

2. Che la diffusione della cocaina rappresenti un fenomeno in netta e vertiginosa crescita e sempre di più il principale business dei maggiori sodalizi criminali nazionali e internazionali, si rileva anche dai dati relativi alle operazioni di polizia e alle denunce per questa specifca sostanza, che si collocano entrambi al livello più alto nelle rispettive rilevazioni decennali.
3. I gruppi criminali maggiormente coinvolti in Italia nei grandi traffici si confermano: - per la cocaina: la ‘ndrangheta, tra i principali broker mondiali, la camorra e le organizzazioni balcaniche e sudamericane; - per l’eroina: la criminalità campana e pugliese in stretto contatto con le organizzazioni albanesi e balcaniche; - per i derivati della cannabis: la criminalità laziale, pugliese e siciliana, insieme a gruppi maghrebini, spagnoli ed albanesi.
4. Dall’esame dei dati riportati riferite alle operazioni antidroga e alle denunce, si rileva che la Lombardia, il Lazio e la Campania si pongono come le regioni con i valori più alti in assoluto, mentre con riferimento ai sequestri di stupefacenti emergono Puglia, Sicilia e Liguria. 
5. In provincia di Milano è stato registrato il 66,78% delle operazione antidroga svolte sul territorio regionale,
6. In Lombardia il numero di stranieri arrestati è elevato. Soprattutto in confronto con il Lazio.
Basso anche il numero di arresti per associazione molto maggiore di Piemonte, Liguria e maggiore di quello dell'Emilia Romagna ma nettamente inferiore a quello del Lazio.

 

Italiani

Stranieri

 Tot

Minori

Traffico

Associazione

Diff con 2018

Calabria

1.029

94

1.123

12

795

328

-13,55%

Campania

2.602

263

2.865

67

2.334

531

-8,11%

Emilia

1.034

1.410

2.444

87

2.340

104

7,62%

Lazio

3.553

1.983

5.536

214

5.079

457

-7,15%

Liguria

549

809

1.358

70

1.323

35

-0,66%

Lombardia

1.959

2.934

4.893

174

4.748

144

-2,70%

Piemonte

987

1.358

2.345

141

2.332

13

33,09%

Puglia

2.169

202

2.371

54

1.958

413

-12,70%

Sicilia

2.618

398

3.016

61

2.388

628

0,23%

19 agosto 2020

Milan, il fondo Elliott e le manovre in Delaware. Perdita «rossonera» da un miliardo

Il Cda del Milan nell'aprile 2017 *

Emergono alcuni elementi preoccupanti dall'articolo di Mario Gerevini su Corriere della Sera Economia di qualche giorno fa:
1. Perdite di un miliardo.
Nell'ultimo bilancio della Rossoneri Lux la società lussemburghese che controlla il Milan sono indicate perdite cumulate per oltre un miliardo al 30 giugno 2019.
2. Passaggi di quote societarie tra due società del Delaware 
Il 25 giugno scorso c’è stato un passaggio di azioni dentro la Project, la società che controlla la Rossoneri Lux che a sua volta ha il 99% del Milan. La Genio Investments ha ceduto 120 azioni alla King George.
Le due finanziarie (Genio e King George) hanno tutte le azioni A che corrispondono al 49,99% del capitale votante. Ma chi ha il resto? Ovvero le B (4%) e le C (46%). Le B, decisive per la maggioranzza le possiede la Blue sky Financial Partner di Gianluca D’Avanzo e Salvatore Cerchione, due "manager" napoletani, attualmente nel Cda del Milan, costituirono in Lussemburgo la Project Redblack per erogare il prestito alla Rossoneri Lux. Fallito Yonghong Li, il cinese senza capitali, gli americani sono andati a escutere la garanzia e così la Project si è presa il 100% della Rossoneri Lux che ha il 99% delle azioni del Milan.
Ci si sta preparando la strada alla cessione? Entrano altri soci? Chi sono e chi sono quelli con cui abbiamo trattato finora? 
Domande a cui si deve esigere delle risposte.

Miei ulteriori approfondimenti: Le società che possiedono il Milan e l'Inter proseguono a non dichiarare chi le controlli, Milan e Inter, le scatole cinesi che Milano deve aprire.

* Nella foto il Cda del Milan dell'aprile 2017. Il momento dell'insediamento di Yonghong Li. Il secondo da sinistra è Marco Patuano, attuale presidente di A2A, insieme a Paolo Scaroni, secondo da destra, gli unici a sedere nel nuovo consiglio

Ps Scrive ancora Gerevini: Yonghong Li. Cioè il cinese senza capitali che nell'aprile 2017, già inseguito per insolvenza dalla Jangsu Bank, comprò il Milan da Berlusconi per 740 milioni, anche grazie ai soldi, oltre 300 milioni, di Elliott. È tuttora inspiegabile come uno sconosciuto (anche in Cina) imprenditore che millantava un patrimonio in gran parte inesistente (e quello esistente sull'orlo del crac) abbia potuto sedersi al tavolo di quella trattativa, chiudere una delle più rilevanti compravendite calcistiche di sempre e ottenere un simile finanziamento, sebbene assai oneroso.

9 agosto 2020

Giorgio De Stefano, Oro Restaurant e altre domande a cui come cittadini gradiremmo risposta

 

L'articolo è stato pubblicato su Stampoantimafioso.
Oro Restaurant Milano riapre il 26 agosto. I suoi proprietari pare non siano turbati dalle informazioni giunte dopo l’arresto di Giorgio De Stefano per associazione mafiosa. 
Giorgio, detto Giorgino, è figlio di Paolo De Stefano, patriarca della cosca di Archi (quartiere periferia nord di Reggio Calabria), morto nel 1985. Il suo vero nome è Giorgio Condello Sibio: la madre Carmela aveva intrattenuto con il boss una lunga relazione extraconiugale. Tuttavia, da qualche anno aveva cambiato il suo cognome, prendendo quello del padre. Scrive il Messaggero che Giorgino “proviene da un’importante famiglia” e possiede il noto ristorante “Oro a Milano”.
Per il sito Youmovies.it: “E’ un ragazzo molto riservato… è originario della Calabria, ma vive a Milano da ormai diversi anni, proprio al nord è diventato un imprenditore: ha aperto, insieme ad altri soci, la catena di ristoranti “Oro Milano”. Una curiosità, secondo un articolo del Corriere della Sera, l’uomo sarebbe il figlio di Paolo De Stefano, boss ucciso nel 1985″. Oro Restaurant ha sede al civico 5 dei Bastioni di Porta Volta e ha assunto tale denominazione solo recentemente. La precedente denominazione era Gente di Mare e nel 2009 ospitò un incontro elettorale tra Domenico Zambetti, ex assessore formigoniano alla Casa di Regione Lombardia, e personaggi vicini ai clan, tra questi Paolo Martino, uomo dei De Stefano e, così scrive Davide Milosa de Il Fatto, figura di riferimento per il giovane Giorgio. Gente di Mare è di proprietà di Marco Peluzio che ha affittato il ramo d’azienda con relativo subingresso in Bastioni di Porta Volta alla Nami srl nel luglio 2018 per 60mila euro all'anno, ben 5mila euro al mese. Deposito cauzionale di 90mila euro e pagamento dell’affitto ai proprietari dei muri. A firmare il contratto la giovane amministratrice di Nami srl, una ragazza napoletana di appena 25 anni. Giovanni La Camera, calciatore nato a Messina del Seregno con un passato alla Reggina, Daniele Pages e Maurizio Fumagalli, tramite la Hub immobiliare, controllano la Nami srl, pagando l’affitto del ramo d’azienda a Peluzio. Nel 2019 i soci Maria Carannante, Paola Navarra, Mark Iuliano hanno venduto le proprie quote ad Hub, Pages e La Camera. Nella compagine societaria non vi è ombra di De Stefano. E quindi? Ho scritto a Oro Restaurant per sapere se avessero pubblicato un comunicato stampa per smentire che Giorgio De Stefano fosse il proprietario del locale. Finora non l’ho trovato. Ma come? De Stefano non compare nell'assetto societario, i giornali tuttavia lo definiscono come proprietario del locale e loro restano in silenzio? Come è possibile? Forse è bene chiederlo di nuovo. Forse è bene chiederglielo direttamente. In tanti. Magari vincolando un’ipotetica visita al “prestigioso ristorante” ad una presa di distanza significativa e netta da Giorgino De Stefano e dalla ‘ndrangheta.
Non è però finita qui. Vi accennavo prima della giovane amministratrice napoletana di Nami Srl. Altre due persone di Nami, proprietaria di Oro Restaurant, ci riportano a Napoli, più che a Reggio Calabria. In particolare agli investimenti milanesi milionari di tre fratelli napoletani, Marco, Carmine e Massimiliano Iorio, salvati nel 2016 dalla prescrizione dopo una condanna in appello per aver riciclato le ricchezze dell’usuraio Potenza. Paola Carpentieri, procuratrice di Nami, e Cristiano Ingegno, preposto della società proprietaria di Oro, sono presenti in diverse imprese riconducibili ai tre fratelli, nella Vanilla srl o nella Nocciola srl.
A Milano gli Iorio hanno decine di ristoranti. Basta sceglierne uno. Per esempio l’ex Malastrana, lì vicino, in Corso Garibaldi 50. Qui l’amministratore Unico è Giancarlo Iorio, altro giovanissimo, classe 1998. Nel 2011, fino al momento del suo arresto, il Malastrana aveva un cassiere d’eccezione: Guglielmo Fidanzati. Figlio di Gaetano, boss di Cosa nostra. Cosa c’entrano gli Iorio con Oro Restaurant e Giorgino Di Stefano? Altra domanda alla quale come cittadini gradiremmo una risposta.

30 luglio 2020

Le cinque Balle. Il racconto di Attilio Fontana sui camici del cognato.

1. Fontana dichiara: "Comunque era un conto (quello svizzero nato dallo scudo dei fondi delle Bahamas NdR) non operativo da decine di anni, penso almeno dalla metà degli anni Ottanta".
Giovanni Tizian scrive: "I documenti rivelano che nel 1997 la madre del governatore, Maria Giovanna Brunella, ha aperto il primo conto estero numero 247-683404 e ha affidato al figlio la procura, cioè la delega a operare su quel deposito". "Nel 2005 il patrimonio presente sul conto aperto otto anni prima, è stato trasferito in un secondo deposito collegato al trust Montmellon valley, con sede a Nassau, la capitale delle Bahamas. Di questo nuovo conto intestato sempre alla madre, Fontana era indicato come erede beneficiario. Tra il 2009 e il 2013, infatti, c’è vita sul conto che erediterà Fontana. Nel 2009 la cifra depositata è di 4.565.839 milioni, l’anno successivo cresce di 129mila euro. Nel 2011, invece, il deposito è di 4.162.911 milioni: decresce, quindi, di oltre mezzo milione di euro. L’anno successivo viene rimpolpato con 442mila euro. Alla fine del 2013 sul conto giacciono 4.734.478 milioni, quasi 200mila euro in più rispetto al 2009. Cifre comunque inferiori ai 5,3 milioni ereditati da Fontana e regolarizzati nel 2015 con la voluntary disclosure".
Pare proprio che il conto non fosse silente.
2. Il 7 giugno Fontana scrive sulla sua pagina Facebook "Nell'automatismo della burocrazia, nel rispetto delle norme fiscali e tributarie, l'azienda oggetto del servizio di Report, accompagnava il materiale erogato attraverso regolare fattura stante alla base la volontà di
donare il materiale alla Lombardia
, tanto che prima del pagamento della fattura, è stata emessa nota di credito bloccando di fatto qualunque incasso.
Nell'intervista a la Repubblica del 28 luglio Fontana invece dichiara: «Ho spontaneamente considerato di alleviare in qualche modo il peso economico della operazione di mio cognato, partecipando io stesso personalmente — proprio perché si trattava di mio cognato — alla copertura di una parte di quell'intervento economico. Si è trattato di una decisione spontanea, volontaria e dovuta al rammarico di constatare che il mio legame di affinità aveva solo svantaggiato una azienda legata alla mia famiglia». Come svantaggiato? Allora non era un dono!

3. Attilio Fontana il 7 giugno 2020 comunica ad ANSA: "Agli inviati della trasmissione televisiva 'Report' - prosegue Fontana - avevo già spiegato per iscritto che non sapevo nulla della procedura attivata da ARIA SpA e che non sono mai intervenuto in alcun modo ...".

Il Corriere della Sera online il 28 luglio scrive: "... Intanto, il 19 maggio — due giorni dopo il colloquio con Dini, e il giorno prima della rinuncia al pagamento da parte dello stesso Dini — il presidente della Regione Lombardia si era mosso autonomamente, per far avere a Dama Spa 250.000 euro: una somma con la quale intendeva rifondere alla società gran parte del mancato guadagno (mancato guadagno di cui in quel momento nessuno, pubblicamente, sapeva ancora alcunché)".

4. Il 7 giugno Fontana dichiara: "... l’intera fornitura è stata erogata dall'azienda a titolo gratuito...". 
Non è vero.  In verità la ditta Dama spa ha fornito solo 50 mila dei 75 mila camici. Gli altri 25 mila sembrava li avesse venduti ad una Rsa di Varese a 9 euro l'una (regione li aveva "acquistati" a 6 euro), ma poi è stato scritto che sono stati ritrovati nella sede di Dama. 

5. "I risparmi di una vita". Così Attilio Fontana descrive i 5 milioni e 300 mila euro transitati sui fondi alle Bahamas,"Allora usava così" sottolinea, e atterrati in Svizzera.
Qui non mi pare ci sia molto da aggiungere...