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Attendo ancora. Se dovessi ora andare al seggio voterei NO.

Attendo ancora. Attendo di sapere se il Comitato Pd sulla legge elettorale produrrà una proposta chiara e condivisibile. Attendo cosa dirà Gianni Cuperlo. Attendo l'effetto della lodevole iniziativa di Onida. Oramai però i tempi sono strascaduti  e me ne rendo assolutamente conto. Non sto facendo campagna elettorale per il Sì. Non riuscirei a convincere nessuno.
Se oggi dovessi andare al seggio voterei NO.
Alcune premesse tra loro collegate: fosse stato il centro-destra a promuovere questa riforma costituzionale, non avrei avuto dubbi; il senso di appartenenza e la preoccupazione per ciò che potrebbe accadere nel momento in cui vincessero i no, mi ha bloccato finora e mi continua ad angustiare; non sopporto alcune esternazioni di molti esponenti del NO.
Entrando nel merito. Sono stato sempre contrario al superamento tout court del bicameralismo perfetto e non riesco a digerire l’elezione indiretta dei senatori, o meglio, il doppio incarico. Impossibile da svolgere con la serietà che i due ruoli presi singolarmente (senatore e consigliere regionale, senatore e sindaco) prevedono.
Non riesco a digerire neppure l’idea che non ci sia certezza sulla legge elettorale e che il Pd si sia espresso a maggioranza per il superamento dell’Italicum, senza però individuare una direzione precisa: mitigazione del maggioritario, eliminazione del doppio turno, premi alla coalizione o alla lista, candidature bloccate o preferenze, collegi uninominali o liste per aree geografiche vaste.

La riforma elettorale aumenta il maggioritario e la riforma Costituzionale aumenta il potere della maggioranza in Parlamento. In questa fase storica, delicatissima (populismo, xenofobia e razzismo crescenti) non mi pare la scelta giusta.
Sono assolutamente convinto che uno dei presupposti su cui è nata la riforma, legiferare in tempi brevi, non sia assolutamente una priorità. In Italia, perdonate la demagogia, non c’è bisogno di legiferare in fretta, ma bene. Non mi entusiasma la soluzione trovata per superare il bicameralismo perfetto e neanche il voto a data certa, ulteriore possibilità offerta al Governo per manifestare la propria supremazia sul Parlamento. Devo ammettere che gli accorgimenti che hanno permesso ai senatori di poter proporre modifiche alle leggi ordinarie, avevano in qualche maniera mitigato il proponimento iniziale, però si è mancato di coraggio e la scelta fatta è poco seria, proprio per il doppio incarico di cui prima e poco lungimirante, se si immagina l’Italia tra 30-50 anni.
In ultimo, le esigenze di tagliare i costi della politica non sono la priorità e potevano essere fatti diversamente e, se i tagli alla politica diminuiscono la possibilità di partecipare con piena cognizione di causa al processo legislativo, li considero dannosi.
Sono però un sostenitore della modifica del Titolo V, proposto dalla riforma costituzionale. Si riducono gli spazi di azione delle regioni in una visione di equilibrio nazionale e di parità di opportunità, oggi fondamentale.

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