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Contro lo spostamento di San Vittore

Non è solamente una questione economica: il terzo raggio terminato di ristrutturare nel 2002, il quinto raggio ristrutturato, ma non ancora aperto, due raggi finalmente a norma, decorosi, salubri.
Non è solamente una questione urbanistica legata al rischio che su quell’area possa avviarsi una forte speculazione edilizia.
Non è tanto meno solamente una questione storico architettonica, una scelta di salvaguardia di un luogo sede di molte sofferenze, che ha ospitato partigiani, ebrei in attesa di essere deportati, di un luogo estremamente suggestivo per la sua particolare struttura a raggiera, per la sua architettura.
Non è solamente una questione logistica: San Vittore è facilmente raggiungibile da tutta la città e questo facilita non solamente i familiari dei detenuti, ma anche volontari, operatori, agenti di polizia penitenziaria.
È soprattutto una questione pedagogica.
È capitato spesso che passando davanti a San Vittore, con mia figlia, le facessi vedere non solamente il luogo dove lavoro, ma anche il luogo dove vivevano chi aveva compiuto degli sbagli, danneggiando altre persone. E lì, c’erano tanti che lavoravano proprio per aiutare queste persone a capire cosa avevano fatto, perché lo avevano fatto, in modo che non sbagliassero più.
Il carcere è parte integrante della nostra società, luogo al pari del Municipio e della scuola, del tribunale, della biblioteca o del cimitero. Luogo di sofferenza e redenzione, di imbruttimento ed evoluzione. Luogo purtroppo fondamentale per la salvaguardia e crescita della nostra comunità. Luogo che non può essere nascosto, ma che assume particolare significato proprio perché al centro della nostra città, visibile, parte integrante di un mondo che fortunatamente mantiene luoghi collettivi o di utilità collettiva. E il significato è chiaro: quelle mura “ospitano” persone che torneranno a vivere la città, e non è stato costruito unicamente per rinchiuderle e separarle da essa, quanto, fondamentalmente, per prepararle nuovamente a uscire.

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