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Il PD e gli "stranieri" a scuola

Quella che segue è la classe di “Andrea” (il nome è di fantasia) così come viene descritta da sua madre; Andrea frequenta una scuola media milanese nota per avere “tanti stranieri”.

21 alunni iscritti e frequentanti, dei quali: 4 hanno nome e cognome italiano, 17 non hanno nome e cognome italiano (di questi uno ha mamma italiana e papà straniero); di questi 17, 8 hanno nome e cognome straniero ma sono nati in Italia, 9 non sono nati in Italia; di questi 9: 5 ha frequentato almeno la scuola primaria in Italia, 1 è di seconda alfabetizzazione (quindi ha già fatto in Italia almeno un intero anno scolastico), 3 sono di prima alfabetizzazione (di questi 2 sono arrivati quest’estate per il ricongiungimento famigliare e hanno le mamme in Italia, che lavorano, in regola, già da 5 anni). Riassumendo: su 21 alunni di cui l’81% con nome e cognome non italiano solo 3 sono di prima alfabetizzazione, quindi il 14%.

Su 21 alunni di cui l’81% con nome e cognome non italiano solo 3 sono di prima alfabetizzazione, quindi il 14%. Il Ministro propone una quota del 30% di studenti stranieri in ogni classe. La classe di “Andrea” rispetterebbe o non rispetterebbe questo tetto?

Ecco perché la proposta di Gelmini è in parte inapplicabile (in scuole con il 90% di “stranieri” come si pensa di procedere? Deportando gli studenti in eccesso?) e in parte inutile e dannosa perché non rispetta l’autonomia delle singole scuole e non tiene conto di un dato molto semplice: se esiste un problema legato agli apprendimenti degli studenti di prima alfabetizzazione e dunque in parte anche degli italiani che stanno in classe con loro, questo attiene non al paese di provenienza o di nascita dello studente (in alcuni casi quel paese si chiama Italia!), ma alla conoscenza della lingua italiana.

Per questi motivi la nostra proposta preliminare è che si smetta di fare confusione (chi per strizzare l’occhio alla Lega, chi per ignoranza, chi perché in malafede) di bambini stranieri genericamente intesi: si cominci a parlare di studenti di prima alfabetizzazione o – se si vuole farla semplice – di studenti che non conoscono la lingua italiana.

Fatta chiarezza sul contesto di riferimento, elenco di seguito alcune proposte concrete che potrebbero essere realizzate da subito dall’amministrazione comunale.

  1. Le politiche di integrazione non possono essere identiche in ogni ordine di scuola: sono diversi i programmi, è diversa la metodologia didattica impiegata, sono diverse le capacità di adattamento e di apprendimento della lingua dei ragazzi. Per questi motivi chiediamo che siano le singole reti di scuole (magari a partire da quelle costituitesi per il Progetto StarT del Comune di Milano) a definire i criteri per la composizione delle classi e non misure prescrittive nazionali.

  2. Il giudizio sul Progetto StarT (nato per promuovere le attività di prima accoglienza, di inserimento scolastico e di insegnamento dell’italiano come seconda lingua per gli alunni stranieri) è positivo per quanto riguarda le sue linee generali e le finalità, ma chiediamo all’Assessore di riferire sul suo funzionamento per introdurre le opportune correzioni. Alcuni limiti sono comunque evidenti fin dalla sua nascita: il suo finanziamento è del tutto inadeguato, anche in ragione del fatto che ci si è limitati ad assegnare risorse già esistenti per quegli scopi, senza adeguarle all’incremento della domanda; i poli previsti sono troppo grandi e non consentono un intervento mirato, come dovrebbe essere per attività di questa natura.

  3. I “bacini d’utenza” non sempre vengono rispettati. Spesso studenti con famiglie che hanno difficoltà con la nostra lingua e che non conoscono i loro diritti vengono illecitamente e surrettiziamente invitati ad iscriversi in altre scuole, dove sono già presenti molti “stranieri”, favorendo la concentrazione. Il Comune e l’Ufficio Scolastico hanno il preciso dovere di vigilare affinché questo non avvenga, sanzionando i comportamenti non corrispondenti a quanto prevede la normativa. In aggiunta alcuni “bacini d’utenza” potrebbero essere modificati, per favorire una maggiore diversificazione dell’utenza.

  4. Al contrario di quanto viene propagandato, l’esigenza di maggiore integrazione viene anche da alcune famiglie non italiane che però sono disincentivate (anche per ragioni economiche) a frequentare scuole leggermente più lontane da casa. Il Comune dovrebbe favorire con politiche attive questa tendenza. Proponiamo dare agli studenti “stranieri” che frequentano scuole con molti italiani la mensa e i trasporti gratuiti e fare lo stesso con gli studenti italiani che frequentano scuole ad alta concentrazione di immigrati di prima alfabetizzazione.

  5. Da tempo il numero dei mediatori linguistici e culturali è in costante diminuzione. Non solo: spesso vengono utilizzati quasi esclusivamente come interpreti e non come mediatori. Proponiamo che le poche risorse disponibili vengano impiegate per la mediazione e l’integrazione a scuola e in classe e non per fare da interpreti tra la scuola e le famiglie, mansione che può essere agevolmente svolta da altre professionalità (con un utilizzo spot e dunque meno oneroso per le casse comunali) o da immigrati che già conoscono la lingua italiana.

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